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Stop alle clausole vessatorie anche d’ufficio

 

La Direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE prevede che le clausole abusive contenute in un contratto stipulato fra un consumatore ed un professionista non vincolano i consumatori. Con la sentenza C-243/08 la Corte di giustizia ha esteso ulteriormente la tutela dei consumatori, affermando la possibilità, per il giudice nazionale, di analizzare d'ufficio una clausola che potrebbe essere abusiva, contenuta in un contratto concluso con un professionista.

Il caso sottoposto all’esame della giustizia comunitaria ha riguardato un consumatore ungherese obbligato da contratto a fare causa ad una azienda di telefonia mobile presso un tribunale lontano dalla sua residenza. Il tribunale ungherese, in dubbio sull’eventuale abusività della clausola del contratto di abbonamento telefonico che indicava come competente un tribunale diverso dal foro del consumatore, ha sottoposto alla Corte di Giustizia talune questioni sull’interpretazione della direttiva sulle clausole abusive.

La Corte ha rammentato, in primo luogo, che la tutela prevista dalla direttiva a favore dei consumatori si estende ai casi in cui il consumatore che ha stipulato con un professionista un contratto contenente una clausola abusiva si astenga dal dedurre l'abusività di detta clausola perché ignora i suoi diritti o perché viene dissuaso dal farli valere a causa delle spese che un'azione giudiziaria comporterebbe.

Di conseguenza, il ruolo del giudice nazionale nell’ambito della tutela dei consumatori non deve limitarsi alla semplice facoltà di pronunciarsi sull’eventuale natura abusiva di una clausola contrattuale, bensì comporta parimenti l’obbligo di esaminare d’ufficio tale questione, a partire dal momento in cui dispone degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine, incluso il caso in cui debba pronunciarsi sulla propria competenza territoriale.

In merito va precisato che il codice del consumo italiano (d. lgs. n.206/05) prevede all’art. 36 che la nullità della clausole abusive opera soltanto a vantaggio del consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice. Pertanto si potrebbe ritenere che la sentenza della Corte di Giustizia non abbia contenuto innovativo per l’ordinamento nazionale. Non è invece così se si tiene conto che talvolta la giurisprudenza ha ridimensionato il principio dell’obbligo di accertamento d’ufficio a carico del giudice, affermando che l’inequivoca manifestazione di volontà, anche tacita, del consumatore di volersi avvalere della clausola potenzialmente vessatoria preclude la rilevabilità d’ufficio della nullità della clausola medesima.

Da questo punto di vista la sentenza europea rappresenta una innovazione in quanto porterà i giudici a dare un differente peso alla clausola ritenendo nulla la stessa, salva espressa (e non tacita o presunta) rinuncia da parte del consumatore.

17 giugno 2009

Per consultare il testo integrale della sentenza:

 

http://www.ambientediritto.it/sentenze/2009/CGE/C.G.E._2009_causa_243.htm

 

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La Corte ha rammentato, in primo luogo, che la tutela prevista dalla direttiva a favore dei consumatori si estende ai casi in cui il consumatore che ha stipulato con un professionista un contratto contenente una clausola abusiva si astenga dal dedurre l'abusività di detta clausola perché ignora i suoi diritti o perché viene dissuaso dal farli valere a causa delle spese che un'azione giudiziaria comporterebbe.

Di conseguenza, il ruolo del giudice nazionale nell’ambito della tutela dei consumatori non deve limitarsi alla semplice facoltà di pronunciarsi sull’eventuale natura abusiva di una clausola contrattuale, bensì comporta parimenti l’obbligo di esaminare d’ufficio tale questione, a partire dal momento in cui dispone degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine, incluso il caso in cui debba pronunciarsi sulla propria competenza territoriale.

In merito va precisato che il codice del consumo italiano (d. lgs. n.206/05) prevede all’art. 36 che la nullità della clausole abusive opera soltanto a vantaggio del consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice. Pertanto si potrebbe ritenere che la sentenza della Corte di Giustizia non abbia contenuto innovativo per l’ordinamento nazionale. Non è invece così se si tiene conto che talvolta la giurisprudenza ha ridimensionato il principio dell’obbligo di accertamento d’ufficio a carico del giudice, affermando che l’inequivoca manifestazione di volontà, anche tacita, del consumatore di volersi avvalere della clausola potenzialmente vessatoria preclude la rilevabilità d’ufficio della nullità della clausola medesima.

Da questo punto di vista la sentenza europea rappresenta una innovazione in quanto porterà i giudici a dare un differente peso alla clausola ritenendo nulla la stessa, salva espressa (e non tacita o presunta) rinuncia da parte del consumatore.

17 giugno 2009

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