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Necessaria l’autorizzazione della Camera se l’intercettazione diventa mirata.

Necessario l'ok della Camera per continuare

le intercettazioni che coinvolgono alte cari-

che dello Stato quando da fortuite si trasfor-

mano in mirate.

Con la sentenza n. 113 del 24 marzo 2010

la Corte Costituzionale ha respinto, dichia-

randola inammissibile, la questione di legit-

timità relativa alla Legge Boato ed ineren-

te casi di intercettazioni in cui “casualmente”

compaiano esponenti del Parlamento.

A sollevare il caso davanti alla Consulta era

stato il Tribunale di Roma.

L’ordinanza di rimessione del Collegio per i

reati ministeriali del Tribunale di Roma dubitava della legittimità dell’art. 6, comma 2, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l’attuazione dell’art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), per la parte in cui prevede l'obbligo per il Gip di richiedere l'autorizzazione alla Camera di appartenenza all'utilizzo di intercettazioni «casuali» di conversazioni o comunicazioni di un membro del Parlamento, anche quando si tratti di utilizzazione nei confronti dello stesso parlamentare interessato

Secondo il tribunale dei ministri in particolare, la norma censurata introdurrebbe una garanzia a tutela della riservatezza dei parlamentati non solo non prevista dall’art. 68, terzo comma, Cost. ma anche ingiustificata rispetto al trattamento riservato alla generalità dei cittadini e, come tale, lesiva del principio di eguaglianza.

I giudici della Consulta distinguono innanzi tutto le intercettazioni fortuite, per le quali sarebbe impossibile chiedere un via libera preventivo, da quelle dirette, per le quali è necessario l'ok preventivo che, se negato, comporta l'immediata distruzione del materiale acquisito.

In merito la Corte Costituzionale  respinge l’assunto per cui basterebbe l’originaria assenza dell’intento di captare le conversazioni di un parlamentare, in sede di sottoposizione a controllo di una determinata utenza nella disponibilità di terzi, per qualificare indefinitamente come «casuali» le intercettazioni di comunicazioni del membro del Parlamento operate su detta utenza.

Rileva la Consulta che più un'indagine è lunga e articolata, meno plausibile diventa sostenere la tesi dell'intercettazione casuale: "ove, infatti, nel corso dell'attività di intercettazione emergano, non soltanto rapporti di interlocuzione abituale tra il soggetto intercettato e il parlamentare, ma anche indizi di reità nei confronti di quest'ultimo, non si può trascurare l'eventualità che intervenga, nell'autorità giudiziaria, un mutamento di obiettivi...."

Nel caso di specie, precisa inoltre la Consulta, dalle carte giudiziarie non è possibile stabilire se il parlamentare sia stato coinvolto perché interloquiva direttamente con il soggetto sottoposto a intercettazione - condizione necessaria affinché divenga operante il regime della legge n. 140 del 2003 - o se sia stato tirato in ballo solo da conversazioni dei soggetti intercettati.

 

30 marzo 2010

 

 

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