Studio Legale Associato Caroli Casavola - Coppola

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Equa riparazione: non cumulabili processi di cognizione e ottemperanza.

 

Le Sezioni Unite della Corte

di Cassazione, risolvendo il

contrasto insorto in seno alle

sezioni semplici, hanno affer-

mato che, in tema di equa ri-

parazione, il processo di

esecuzione forzata, disci-

plinato dal codice di rito civile,

e quello di ottemperanza,

avviato per far adeguare

la pubblica amministrazione

al decisum del giudice am-

ministrativo, sono autonomi rispetto al precedente processo cognitorio (Sentenza n. 27365 del 24 dicembre 2009).

Ne consegue che non è possibile effettuare la sommatoria dei tempi dei due processi (cognitorio e di esecuzione o di ottemperanza) per stabilire se vi sia stata violazione del principio di ragionevole durata.

Ma, soprattutto, ne deriva che il termine perentorio di sei mesi  per proporre l’azione di equa riparazione ai sensi dell’art. 4 della L. n. 89 del 2001, decorre dal momento della decisione definitiva.

Secondo i giudici della Suprema Corte la netta diversità delle situazioni soggettive controverse e azionate che identificano ciascun processo conduce inevitabilmente a ritenere che il processo di cognizione e quello susseguente di esecuzione o di ottemperanza, pur se strettamente collegati, non diano vita a un processo unitario, ma a due distinti processi.

La soluzione prescelta dalle sezioni Unite non è affatto in linea con l’orientamento della Corte europea: il principio, ribadito nel recente caso Simaldone, secondo il quale «l'esecuzione di un giudizio deve essere considerata come facente parte integrante del processo», costituendo l'esecuzione «la seconda fase della procedura sulla fondatezza» atteso che «il diritto rivendicato trova la sua realizzazione effettiva solo al momento dell'esecuzione», è ormai consolidato ed è stato riconosciuto valido dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per ogni processo e non solo limitatamente a quelli nascenti dalla richiesta di equo indennizzo, come sostenuto dalla sentenza in esame.

Pertanto, atteso che a livello comunitario le peculiarità del sistema processuale civile o amministrativo italiano non hanno alcun rilievo, è ipotizzabile che la Corte di Strasburgo continui ad infliggere condanne allo Stato italiano per l’irragionevole durata dei processi.

 

12 febbraio 2010

 

 

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